Dentro quelle “schegge” bianche brulicano i Putti e le Simonette. È concesso loro il minimo spazio, il confine limite, in cui possono emanare la propria esistenza formale. Quelle forme solide, a mo’ di schegge bianche, solitarie tra loro, si infilano nella sfera della nostra interiorità e, legandosi al nostro emisfero pensante, cominciano a gettare all’infinito le ondulazioni... I personaggi che si sommergono sprofondandovisi, contorcendo il viso, sembrano profusione intrepida della propria esistenza, nello spazio.
Le opere di Toshihiro MIKI, che saranno esposte questa volta alla Gallery Arcangeli, sono tutte di piccole dimensioni, che possono stare nel palmo di una mano. Ma lo spazio intorno all’opera è proiettato verso una vastità infinita. Mi fa tornare a mente la sensazione avuta nel momento in cui lo sguardo venne rapito da un bassorilievo che in silenzio, chissà da quanto tempo, subiva l’erosione, davanti all’ingresso di una basilica in un Paese oltre oceano. Quando siamo attratti dalla bellezza emanata da cose che vanno a perdere la propria forma, sgretolandosi pian piano, che cosa accade in realtà nella nostra mente?
Se il fenomeno di questa specie di “appassimento” si limitasse al semplice diminuire della massa, non potremmo avvertire in esso nessun significato o emozione e non potremmo mai concepire lo spazio intorno a qualcosa di bello... Ma, se l’esistenza non si limita a quella materiale e se appassire e sgretolarsi non significa solo “sfiguramento” e perdita della forma, noi possiamo scoprire “un senso” in ciascuno degli spazi lasciati. Si dice che quando un artista, nato tra le montagne delle Alpi, ha cercato di ritrarre “realisticamente” le figure umane esistenti nello spazio, le sue opere hanno assunto dimensioni minime, oltre le quali non potrebbero più essere considerate immagini concrete. In questa “onestà” dell’autore alpino di fronte all’esistenza e allo spazio, vi è qualcosa che lo accomuna con l’operare artistico di MIKI.
Secondo me una delle caratteristiche importanti della scultura consiste nel cercare di comprimere fino all’eccesso la sostanza della materia, portando la massa al limite della frantumazione esistenziale, e nello stesso momento strutturare lo spazio. Ma purtroppo in questo mondo, dove sono in pochi ad osare confrontarsi con
“l’esistenza”, le occasioni di incontrare opere di tale specie diventano sempre più rare.
Questa volta, incontrando le opere di MIKI, ho provato la soddisfazione di avere la conferma di cosa sia veramente l’essenza dello scultore e di trovarmi di fronte, dopo tanto peregrinare, a “vere” opere di scultura.
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