Il mio primo incontro con Valentino Moradei avvenne attraverso una sua opera.
Un giorno durante il mio lungo soggiorno a Firenze come studente, un amico proprietario di una libreria specializzata in storia dell'arte, mi chiese se potevo tradurre in giapponese il catalogo della personale di uno scultore di sua conoscenza, che stava preparando una mostra in Giappone.
Nella libreria era esposto in quel periodo un grande torso, opera di questo scultore, fui colpito dalla prorompente vitalità che ne scaturiva. Attratto dal fascino di questa opera che, pur appartenendo all'ambito figurativo, trascendeva ogni particolarità di forme visibili, ho accettato immediatamente l'incarico. Pur trovandomi in una situazione economica difficile essendo studente, mi è stato promesso di ricevere, invece di un compenso pecuniario, un'opera dello scultore. Se devo dire la verità, ne provai grande gioia.
Dopo quel giorno, ebbi il primo incontro con lo scultore. Come si usa a Firenze, l'incontro fu improntato alla riservatezza, mantenendo una certa distanza tra di noi. Poi un giorno gli feci delle domande relative al difficile testo scritto dal critico d'arte che stavo traducendo, e Valentino mi illustrò gentilmente come si poteva interpretare tale testo, elogiando l'opportunità delle mie domande. Nell'amicizia che iniziò così, non dimenticherò mai la mia prima visita all'atelier di Valentino, che in quel periodo si trovava in Via Lambertesca. Al mio arrivo, Valentino si trovava nel piccolo laboratorio in fondo alla lunga sala-galleria e lavorava ascoltando la musica trasmessa da Radio Montebeni. Quest’emittente radiofonica è un canale di musica classica fiorentino molto prestigioso che anch'io avevo la consuetudine di ascoltare con piacere quando volevo distaccarmi un po' dall'impegno delle ricerche. Così, avendo scoperto di condividere lo stesso hobby, l'ascolto della musica classica, ci siamo affiatati immediatamente. Questo ha invogliato Valentino a mostrarmi tutte le fasi del suo lavoro.
Modellava la cera riscaldata sulla fiamma fino a renderla morbida. La materia nera e calda, quasi al punto di liquefarsi, si trasformava continuamente; ma questa stessa materia ad un certo punto, grazie alle abili mani di Valentino, in un attimo prendeva la forma anatomicamente corretta di un corpo umano. La scultura così creata veniva rifinita con la spatola calda. E fu in questo momento così affascinante della creazione di un'opera che riconobbi Valentino un diretto discendente di una famiglia di scultori della tradizione classica come Odoardo e Cesare Fantacchiotti e Donatello Gabbrielli. L'accademismo fiorentino classico che si fondò sul neoclassicismo iniziato da Antonio Canova, unendovisi il purismo di Pietro Tenerani e il verismo di Adriano Cecioni, sono presenti nelle magnifiche sculture che rappresentano ritratti di “uomini illustri”, opere di Odoardo Fantacchiotti, collocati nelle nicchie del Piazzale degli Uffizi, o sulla facciata del Duomo fiorentino opere dello scultore Cesare Fantacchiotti.
Pur essendo completamente diverse le modalità di realizzazione delle loro opere, davanti all'arte di Valentino radicata in quell'accademismo classico dobbiamo riconoscere il valore, il peso, del“sangue” e di una “tradizione” importante per l'arte occidentale.
L'arte europea, fin dall'epoca degli antichi greci, si è sempre impegnata a catturare la vita che si sprigiona nell'attimo sospeso in cui si ferma il corpo umano, che in realtà si muove di continuo. Quest'aspirazione non subì cambiamenti nemmeno nell'Ottocento e l'Arte del Novecento proseguì il tema scoprendo una nuova forma creata nell'ambito astratto. Ma gli artisti italiani tengono caparbiamente all'espressione figurativa, perché vedono nella stessa l'universalità e le opere di Valentino Moradei Gabbrielli dimostrano la verità di tale atteggiamento artistico.